Lettera del parroco per la Pasqua

Ipogeo Via Dino Compagni - Roma

Dammi da bere!
ho sete…

Sorelle e fratelli carissimi, in occasione di questa S. Pasqua 2018 vi invito a meditare su Gesù che ha sete, che chiede ed offre l’acqua che zampilla per la vita eterna.

 

1. La sete della Samaritana

Riflette Giancarlo Bruni, monaco di Bose: “Ripercorrere gli itinerari di Gesù è sorprendente: dal deserto a un monte elevato a un pozzo ove avviene un incontro di rara altezza e bellezza tra Gesù e una donna samaritana. Gesù, stanco, sosta presso il pozzo di Giacobbe mentre i suoi discepoli si fermano nella vicina città di Sicar per fare provviste di cibo. Era mezzogiorno. Nel frattempo una donna samaritana giunge al pozzo ad attingervi acqua e Gesù le rivolge la parola:«Dammi da bere» (Gv 4,3-8).

Tutto inizia con un Gesù mendicante di acqua: «dammi da bere» (Gv 4,7), «ho sete» (Gv 19,28), una sete non solo fisica che coincide con la sua fame spirituale: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato» (Gv 4,34).”Nell’adempiere la volontà dei Padre stanno la fame e la sete di Gesù, e tale volontà è che la creatura pervenga alla sua solarità”.

Quella donna attinge acqua ed è disposta a dar da bere allo sconosciuto che la interpella al di là delle regole del tempo che non consentivano di dialogare con gli uomini in pubblico. Gesù le dice:”Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Si capovolge così la prospettiva e la Samaritana chiede: “Signore, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua” (Gv 4,15).
A questa sete Gesù vuole risvegliare il desiderio della Samaritana che è invitata a fare luce sulla propria condizione idolatra di sposata a cinque idoli-mariti (Gv 4,16-18;cfr 2Re 17,29-41), in realtà senza uno sposo vero e unico che è colui che le sta davanti. Siamo al cospetto di un incontro sponsale sulla scia dei grandi incontri sponsali attorno ai pozzi, ove l’acqua che disseta è rimando all’acqua dissetante degli amori. Pensiamo agli incontri al pozzo tra il servo di Abramo e Rebecca (Gen 24,11-27), tra Giacobbe e Rachele (Gen 29,1-21) e tra Mosè e le figlie di Raguel (Es 2,15-21).

Sant’Agostino medita: “Colui. che domandava da bere, aveva sete della fede di quella donna”. Conclude fra Giancarlo: Ciascuno di noi è la Samaritana che si incontra con “un Tu nel cui profondo zampilla un’acqua a lungo attesa dalla nostra sete profonda. L’acqua della Parola e dello Spirito che, ove accolta, introduce a una sublime conoscenza di sé stessi come templi di un Dio la cui sete è l’apparizione nell’uomo nuovo che adora, che ama e che annuncia che le separazioni, le guerre e le discriminazioni per motivi etnici, di genere e di religione non appartengono né alla sua verità né alla sua volontà. Ove ciò accade la mezzanotte diventa mezzogiorno”.

Abbiamo noi sete di Dio? della sua Parola? della verità? o ci lasciamo prendere dalla pigrizia o dall’aridità spirituale?

2. La sete di Gesù, acqua viva

«Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò» (Gv 19,28-30).”Dopo il grido di dolore rivolto al Padre e dopo aver affidato la Madre al discepolo Giovanni, Gesù esprime con un soffio di voce un’umile domanda che tante volte affiora sulle labbra riarse dei morenti: «Ho sete».
Il gesto di chi, imbevuta una spugna di aceto, gliela porge è, in mezzo a tante atrocità, un segno di umana compassione, compiuto per alleviare le sofferenze dell’agonizzante. Ma la sete di Gesù non può trovare sollievo soltanto in questo, perché è una sete soprattutto spirituale che lo ha accompagnato lungo tutta la sua esistenza terrena” (Anna M. Canopi).

Infatti Gesù con la Samaritana non si lascia fermare dal pregiudizio, ma le usa misericordia. Il risultato di quell’incontro presso il pozzo fu che la donna fu trasformata: «lasciò la sua anfora» (4,28), con la quale veniva a prendere l’acqua, e corse in città a raccontare la sua esperienza straordinaria. Perché ogni incontro con Gesù – ricorda papa Francesco – ci cambia la vita, sempre. E’ un passo avanti, un passo più vicino a Dio. «Ogni incontro con Gesù ci cambia la vita e ci riempie di gioia». Una gioia incontenibile che, come la Samaritana, siamo portati a gridare agli altri.

Siamo disponibili a portare ai fratelli la gioia dell’incontro con Gesù? Siamo credibili in una coerente testimonianza dell’amore di Dio?

Gesù è dunque l’acqua viva, quella dell’anfora della Samaritana e quella che con il sangue uscì dal suo costato trafitto in croce (cfr. Gv 19,34). Il simbolismo dell’acqua ripreso nell’incontro di Gesù con la Samaritana ci rammenta che se c’è una sete fisica dell’acqua indispensabile per vivere su questa terra, vi è nell’uomo anche una sete spirituale che solo Dio può colmare.
In questo Vangelo troviamo anche noi lo stimolo a “lasciare la nostra anfora”, simbolo di tutto ciò che apparentemente è importante, ma che perde valore di fronte all’amore di Dio. Lasciamola un po’da parte e col cuore sentiamo la voce di Gesù che ci offre un’altra acqua, un’altra acqua che ci avvicina al Signore. Siamo chiamati a riscoprire l’importanza e il senso della nostra vita cristiana, iniziata nel Battesimo e, come la Samaritana, a testimoniare ai nostri fratelli.

Tutti abbiamo una o più anfore! lo domando a voi e anche a me: “Qual è la tua anfora interiore, quella che ti pesa, Quella che ti allontana da Dio?”.

3. Maria, anfora che dona I’acqua viva

Maria addolorata ai piedi della Croce sente il grido del Figlio: “Ho sete!” e da lui riceve in Giovanni tutti noi (Gv 19,25-27) come suoi figli e fratelli del Cristo.
Papa Francesco ci invita a “contemplare la Madre di Gesù, contemplare questo segno di contraddizione, perché Gesù è il vincitore ma sulla Croce”. Maria sapeva e tutta la vita ha vissuto con l’anima trafitta. Seguiva Gesù, sentiva i commenti della gente, stava sempre dietro a suo Figlio. Per questo diciamo che è la prima discepola.”Che sia lo Spirito Santo – ha concluso Francesco – a dire a ognuno di noi quello che di cui abbiamo bisogno”.
Il 10 settembre 1946 madre Teresa di Calcutta sentì la sete di Gesù e la chiamata a dare la vita a servizio dei poveri e dei reietti delle baraccopoli.
Teresa rimase profondamente turbata. E decise di lasciare le suore e la scuola dove insegnava. Il 25 settembre 1993 scrive alle Missionarie della Carità da lei fondate una lettera che viene dal cuore della Madre»: “Quella sete è per me qualcosa di tanto intimo che fino ad oggi ho preferito pudicamente non parlare di ciò che sentii quel 10 settembre…Tutto tra di noi esiste per placare la sete di Gesù. Le sue parole, scritte sul muro di ognuna delle nostre cappelle, non riguardano solo il passato, ma sono vive oggi. Esse vengono pronunciate in questo momento per voi… è Gesù stesso che vi dice «Ho sete». Ascoltatelo pronunciare il vostro nome ogni giorno, non solo una volta… «Ho sete» è qualcosa di molto più profondo che non il dire semplicemente da parte di Gesù: vi amo”.
In questi giorni il Papa ha stabilito la memoria di Maria, madre della Chiesa da celebrarsi ogni anno il lunedì seguente la festa di Pentecoste. Ed ecco le ragioni: la Madre, che stava presso la croce (cfr. Gv 19,25), accettò il testamento di amore del Figlio suo ed accolse tutti gli uomini come figli da rigenerare alla vita divina, divenendo amorosa nutrice della Chiesa che Cristo in croce, emettendo lo Spirito, ha generato. A sua volta, nel discepolo amato, Cristo elesse tutti i discepoli come vicari del suo amore verso la Madre, affidandola loro affinché con affetto filiale la accogliessero. Premurosa guida della Chiesa nascente, Maria esercita la propria missione materna già nel cenacolo, pregando con gli Apostoli in attesa della venuta dello Spirito Santo (cfr. At 1,14). Da ciò chiaramente risulta su quale fondamento il beato papa Paolo VI,11 21 novembre 1964, a conclusione della terza sessione del Concilio Vaticano II, dichiarò la beata Vergine Maria «Madre della Chiesa, cioè di tutto il popolo cristiano, tanto dei fedeli quanto dei Pastori, e stabilì che «l’intero popolo cristiano rendesse sempre più onore alla Madre di Dio con questo soavissimo nome».

Carissimi,
la sete di Dio e la sete che Gesù manifesta in alcune pagine del Vangelo, siano di stimolo per la vita cristiana di ciascuno di noi, delle nostre famiglie e delle nostre comunità. 
Auguro una Pasqua serena, portatrice di pace vera e la gioia di ripetere sempre con il salmista: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente!” (salmo 41). Maria, Madre della Chiesa, sia per tutti la fonte la cui acqua zampilla per la vita eterna (Gv 4,14).
Vi benedico in Cristo risorto.

Il vostro parroco don Luigi

 

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